Archive for maggio 2009

LA MIA COLONNA SONORA – Incoronata Toto

maggio 12, 2009

Ci sono giorni che ti migliorano la vita, altri che te la peggiorano. Tutta la vita è fatta di quattro o cinque di questi giorni che, inevitabilmente, te la cambiano.

In quel momento non pensai più a niente. Le luci erano tutte accese. Centinaia di occhi erano puntati su di me. Sapevo che nessuno si aspettava chissà quale miracolo o grande cantante. Neanche io. La saliva cominciò a scarseggiare, il microfono a tremare nelle mani. Il silenzio intorno. “Oh, ma chi se ne frega? Adesso spacco tutto!”. Sperai che non si fosse sentito. La base cominciò a diffondersi in sala. La prime battute furono incerte, nella voce qualche fremito. Poi chiusi gli occhi e mi gettai in un mondo misterioso, tutto mio. Non pensai alla tecnica, al diaframma, al pubblico. Soltanto ad emozionarmi.

Sono nata il tre gendaio mille-quandocendo-novanta o, almeno, così rispondevo quando me lo chiedevano da piccola. I miei avevano due anni più quanti ne abbia oggi io, quando dissi buongiorno alla vita. L’ostetrica mi presentò agli occhi stanchi, emozionati di mia madre e mio padre: mi feci conoscere con un suono, e forse qualche lacrima.

Che quello schiaffetto in sala parto sia stato l’inizio di tutto?Che quel suono sia stato il preannuncio del mio futuro?

Sono cresciuta felicemente in una casa modesta, circondata da nonni e bisnonni affettuosi e rompiscatole. Cucinavo il fango, i fiori, qualche insetto. Avevo amici immaginari che ogni giorno mi aspettavano sotto il melo affianco al cancello; una jeep bianca modificata da mio padre perché andasse più veloce; un gatto-tigre che portavo a spasso nel cestino della bicicletta fosforescente. E la sera mi addormentavo arricciando i boccoli di mamma che mi coccolava cantando: “Allora ti chiamerò trottolina amorosa du du da da da”. Passarono i giorni, e pian piano, cominciai a cantare con lei. “E il tuo nome sarà il nome di ogni città, di un gattino annaffiato che miagolerà…”.

Alcuni lo chiamano caso, altri destino, fatto sta che la musica non mi abbandonò mai. Il pestello del mortaio divenne un microfono, le canzoni in inglese pura invenzione, le sigle dei cartoni animati una cassetta registrata, e nascosta chissà dove negli anni successivi per eliminare le prove di quello spettacolo divertentissimo e imbarazzatissimo al tempo stesso. Nel frattempo cominciai a suonare. I miei si erano accorti che quando ascoltavo le canzoni, mimavo con le dita una melodia tutta mia. Non mi regalarono una normale tastiera, ma la pianola, il che è praticamente la stessa cosa, soltanto che, se a sette anni ti regalano la tastiera-pianola, ti senti come se tra le mani avessi uno Stradivari.

Credo che la mia passione sia sempre stata appoggiata, ma anche sopportata, dai miei poveri coinquilini, a volte martiri. Innumerevoli sono le torture inflitte a mio fratello a causa della mia mania di cantare la prima canzone che mi passa per la testa, ininterrottamente, da mattina a sera, e anche oltre… Può sembrare folle, ma mi capita di svegliarmi in piena notte perché ad un tratto è saltata fuori l’ispirazione per qualche nota particolare, per quella canzone che avevo cercato di ricordare con le amiche nel pullman durante il viaggio di ritorno da scuola. Allora, con gli occhi chiusi, per non perderla, a tentoni sul comodino, cerco il cellulare o l’iPod per registrare la mia voce roca e sotto tono; per poi riascoltarla quando è giorno, e ricantarla di nuovo, ininterrottamente, per tutta la giornata, facendo saltare i nervi a tutti.

Ma io non sono solo questo. So di risultare spesso antipatica; quella con la puzza sotto al naso perché “va al liceo classico, e allora capisce di più”. Io sono quella che a Natale, dopo aver finito di lavare i piatti a casa dei nonni, va via perché non può sopportare quei parenti che vedi una volta all’anno, che se ne escono con la battuta sbagliata nel momento sbagliato; sono quella che prende in giro la ragazze pon pon, le miss Italia di turno per le loro patetiche lacrime al momento dell’incoronazione. Sono quella che in camera tiene il poster di Falcone e Borsellino, di Giovanni Paolo II, e di Raoul Bova.

Per questo lato “combattivo” del mio carattere mia madre dice sempre: “Beh, siccome fai sempre l’avvocato dei poveri e delle cause perse, iscriviti a giurisprudenza! Per il resto c’è tempo… Amore mio, col canto non si mangia!”.

Che sia arrivato il momento di mettersi a dieta? È da quel 22 febbraio 2007 che ci penso. Arrivai alle audizioni del mio primo concorso di canto. Dal cortile che dava sul parcheggio si sentivano le note di coloro che già erano davanti alla Santa Inquisizione. Ad un tratto qualcuno chiamò il mio nome, ovviamente sbagliandolo.
Feci largo tra la folla che cercava “Immacolata” ed entrai nella saletta.

“Porti Celine Dion? Devi essere molto sicura di te per rischiare con un pezzo del genere!?”.
Ti pareva che non capitava la giurata stronza?
“Non lo sono affatto, forse è per questo che ci provo. È una sfida con me stessa!”. Tiè.

Presi il microfono e li guardai ad uno ad uno, diritto negli occhi. Feci un cenno all’uomo del mixer, e mi sfidai.
Uscii col fiato in gola. Papà, che mi aveva accompagnato, mi venne vicino e mi abbracciò. Aveva una strana luce negli occhi, forse quella dei genitori orgogliosi dei figli. Ovviamente mi venne un groppo in gola come in tutte le situazioni in cui invece dovrei restare impassibile. “Beh, da quello che ho sentito, secondo me qualche posto buono lo hai fatto! Brava!”.

Il pomeriggio sembrava non passare mai. Il verdetto si sarebbe saputo soltanto la sera. E la sera arrivò. In platea si sentiva l’odore stantio delle poltrone di moquette azzurra, lo scricchiolare delle patatine di mio fratello; vedevo gli organizzatori correre come soldatini, soltanto che al posto delle armi portavano varie coppe di svariate dimensioni.

Non so nemmeno come, fui sul palco, e in quel momento non pensai più a niente. Centinaia di occhi erano puntati su di me. Sapevo che nessuno si aspettava chissà quale miracolo o grande cantante. Neanche io. La saliva cominciò a scarseggiare, il microfono a tremare nelle mie mani. Il silenzio intorno. “Oh, ma chi se ne frega? Adesso spacco tutto!”. Sperai che non si fosse sentito. La base cominciò a diffondersi in sala. La prime battute furono incerte: nella voce qualche fremito. Poi chiusi gli occhi e mi gettai in un mondo misterioso, tutto mio. Non pensai alla tecnica, al diaframma, al pubblico. Soltanto ad emozionarmi.
Non controllai l’incontrollabile. Primo posto.
Piansi lacrime di felicità.
Lo prometto: non prenderò più in giro Miss Italia!

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E’ stato poetico

maggio 9, 2009

Carissime,

ormai ci siamo. E’ maggio inoltrato, e la neve su cui, due mesi fa, avevamo lasciato le nostre impronte, si è sciolta. Le vostre storie destinate a questo blog sono quasi finite.

Per questo invito chi ha ancora delle storie “in sospeso” a inviarmele al più presto, così possiamo chiudere in bellezza questa avventura.

Da parte mia, non posso che farvi i miei complimenti. Avete scritto, vi siete messe in gioco, avete condiviso le vostre storie non solo con parenti e amici, ma anche con perfetti sconosciuti. Ed è qui che le storie spiccano il volo: nel momento in cui qualcuno che non conoscerete mai si emoziona davanti a un pezzo di voi che avete deciso di condividere.
Vi auguro di continuare su questa strada. Quando, a suo tempo, la incontrai io, capii che per me era l’unica strada possibile. Non deve essere così per tutti, ma spero che questo blog sia stato un altro piccolo strumento per capire qualcosa in più su di voi, sulle storie, e sull’infinità di modi che esistono per declinare il concetto di “poesia”.

Ciò detto, ora al blog possono succedere due cose.
La prima è che rimanga qui, consegnato alla storia, come un quadro finito. Sempre accessibile, ma incorniciato e sotto una lastra di vetro.
La seconda è che diventi uno spazio vostro, vivo quanto e come vorrete farlo vivere voi. Uno spazio per condividere le vostre storie, le vostre avventure pre o post-maturità, le vostre peripezie legate alla narrativa (per chi di voi continuerà a scrivere, vi assicuro che ce ne saranno), o qualsiasi cosa ritenete giusto pubblicare in uno spazio come questo.

Io naturalmente preferirei la seconda ipotesi, ma per attuarla serve che una (o un gruppo) di voi si prenda la responsabilità di prendere in mano il blog e di curarlo.
Se siete interessate a fare questo contattatemi, vi dò la password, passiamo ufficialmente le consegne, e da quel momento in poi il blog sarà vostro.
Sennò, rimane l’opzione-quadro.

Vi bacio e vi abbraccio, tutte, con affetto.

Vostro,
P.W.

CRISTINA ALLA FINESTRA – Cristina Orsini

maggio 5, 2009

O me o Vita !
Domande come questa mi perseguitano
Infiniti cortei di infedeli,
città gremite di stolti,
che v’è di nuovo in tutto questo?
O me o vita !
Risposta:
Che tu sei qui,
che la vita esiste e l’identità
che il potente spettacolo continua e
che tu puoi contribuire con un verso
Che il potente spettacolo continua e che tu puoi contribuire con un verso

W.W.

Cristina, questo è il mio nome. Sono nata il 23 settembre 1990. Cresciuta tra l’amore della mia famiglia, i proverbi della mia adorata nonna e i cartoni della Disney, divisa tra la Campania, dove vivo, e la Toscana, dove trascorro le vacanze.

I mie ricordi mi parlano sempre di partenze e di arrivi, di arrivi e di partenze. Bisognava sempre salutare, abbracciare e poi andare. I miei, da quando avevo otto anni, lasciano me e mia sorella, che è la mia metà, durante tutto il periodo estivo per lavorare, periodo che ho sempre trascorso a Pisa, tra l’affetto e la compagnia dei mie zii e dei mie cugini, Alessandro e Cristina. Si proprio Cristina, stesso nome, vent’anni di differenza e un legame profondissimo. Sono cresciuta con lei, mi conosce come pochi, condividiamo pensieri, idee, sogni, progetti. Grazie a lei ho letto il mio primo libro: “era una notte buia e tempestosa”, di Snoopy. Grazie a lei ho amato l’arte per la prima volta, mi sono addormentata guardando le foto dei grandi scrittori appese alle mura della sua camera, leggendo i titoli degli oltre mille libri nei suoi scaffali.

Soprattutto ho sentito per la prima volta l’esigenza di scrivere, di scrivere lettere, per raccontarle la mia storia quotidiana, per farle conoscere quegli avvenimenti che mi avrebbero fatto apparire un po’ diversa ai suoi occhi quando sarei tornata. Perché partire significa tornare cambiati, un po’ cresciuti. Gli anni passano, scuole medie, superiori, amici che cambiano, io che cresco.
Così sono diventata quello che sono, la piccola Cri che non chiede mai, che ascolta sempre tutti, che è sempre stata troppo brava a mettere al centro gli altri, amici, chiesa, ad affezionarsi in mezzo secondo a persone o cose, una che preferisce un silenzio a tante parole, che non ama il palcoscenico ma preferisce stare dietro le quinte, ritenendo quel ruolo ugualmente importante.
Nell’ultimo anno ho guardato la mia vita cambiare, ho guardato i miei amici di sempre allontanarsi, e forse, ho guardato me allontanarmi da loro. Per molti e anche per loro sono diventata quella che non.
Quella che: <<Non sai cosa ti stai perdendo!!!>> solo perché non mai avuto bisogno di fumare una sigaretta, di prendermi una sbronza, di fare chissà cosa per sentirmi viva, quella che <<O mio Dio, non hai mai avuto un ragazzo, non credevo esistessero ancora ragazze così!>>.
Mi sono ritrovata ad uscire la sera, a parlare con loro, ma non mi sentivo più parte del gruppo, eppure erano i miei amici e io ero sempre la stessa. Credo leggessero chiaramente nei miei occhi la delusione, penso fossero anche spaventati da quello che potessi pensare di loro. Noi ci eravamo fatti una promessa, che saremmo stati diversi, noi, che ci saremmo sempre impegnati a scuola, come in tutte le altre cose, senza scendere a compromessi, ragazzi alla ricerca non di una storia, ma “della storia”, non di una persona ma “della persona”, che avremmo sempre dato importanza al nostro presente.
Io avevo mantenuto la promessa. Loro no. Ero furiosa per questo, perché erano diventati superficiali, perché stavano con persone a cui non interessava niente di loro, soprattutto perché <<come cavolo si fa ad avere diciotto anni e non avere già più voglia di sognare.>>
Avrei voluto gridargli in faccia quello che pensavo!! Avrei voluto riprendermeli, i miei amici. Ma sono rimasta solo a guardare, in silenzio. Ho pensato <<chi sono io per dirgli come vivere o a quali amici dare importanza>>. Ho avuto paura, questa è la verità, non ho avuto il coraggio di dirgli cosa pensavo, che ero delusa, ma che non li giudicavo, che gli avrei voluto bene comunque. Ho preferito non uscire, non cercarli, e crogiolarmi nel mio mondo fatto di bei ricordi e belle speranze. E’ triste e doloroso, ma loro hanno lasciato andare me e io loro.

In questo momento sono davanti al camino, la luce del fuoco illumina, appena, le pagine aperte del libro che tengo tra le mani: “Se una notte d’inverno un viaggiatore”.
Ripenso a mia cugina, questa estate mi ha regalato un viaggio a Parigi. Questa volta era partire senza lacrime, con il sorriso, con la consapevolezza che sarei tornata accresciuta da nuove esperienze. Abbiamo corso tenendoci per mano per i lunghissimi corridoi del Louvre, sono stata folgorata dai colori di Montmartre, sono stata catturata dai quadri degli impressionisti, le voci, i colori, le immagini, i volti, mi si sono impressi dentro.
Abbiamo passeggiato in silenzio davanti alle tombe di Balzac, Flaubert, Oscar Wilde, quei nomi davanti a me, il solo ricordo mi riempie il cuore di gioia, erano proprio quelli che con i loro libri mi avevano preso per mano e mi avevano accompagnato nel loro mondo, mi avevano parlato di loro e anche di me. Mi avevano insegnato a volare in alto, oltre le apparenze a viaggiare attraverso le storie.
Forse ci sono anche rimasta impigliata in queste storie, con la paura che rimanessero solo tali e che la realtà potesse solo deludermi. La stessa paura che mi ha fatto solo guardare e non agire che non mi ha fatto fare tutto il possibile per non perdere i miei amici.

A volte, nella vita, la paura ci frega, mentre noi proprio come un grande poeta, dovremmo sempre avere il coraggio di decantare il nostro verso fosse questo dolce e allegro o forte e scomodo.
Questo è il bello, che ogni persona può contribuire allo spettacolo della vita, poiché ognuno possiede un verso o una storia da raccontare, e ogni verso è diverso e unico e magari non come ce lo aspettavamo.