Archive for marzo 2009

UNA SERA D’ESTATE – Antonella Caponigro

marzo 31, 2009

Era giugno 2007. Una leggera pioggerellina estiva aveva rinfrescato l’aria, dopo un po’ uscì una sfera di sole che riscaldò gli animi.
Non esiste nulla di più bello al mondo della felicità, essa non è un bene materiale che può essere acquistato. E’ qualcosa di astratto, un obbiettivo che tutte le persone mirano a raggiungere. A volte arriva dopo tanta sofferenza, altre volte è con te e neanche te ne accorgi. Io ero felice.

Avevo 15 anni, le mie amiche e la sensazione di poter conquistare il mondo con la convinzione che nessuno sarebbe riuscito a fermarmi. Non mi mancava niente, anche se a volte mi è capitato di trovarmi in una moltitudine di gente e sentirmi sola.
Ero single e indipendente , ai ragazzi non davo retta più di tanto, volevo godermi l’adolescenza. Ma la vita è strana, riserva sorprese. Io e le mie amiche passeggiavamo per il paese, dopo un po’ ci sedemmo su una panchina vicino la chiesa.
Parlavamo del nostro primo anno da liceali, di quello che sarebbe stato il nuovo anno scolastico, ci mancava far impazzire i professori .
Arrivarono due ragazzi, uno dei quali si sedette accanto a me.

Lo consideravo come qualcosa in più di un conoscente. Amico è una parola troppo grande; a dir la verità mi era anche antipatico.
Parlammo e scherzammo fin quando si fece buio, poi cenammo tutti insieme in una pizzeria. Una mia amica ci fece una foto e lui avvicinò la sua testa alla mia; strano sinceramente, ma bello.
Si fece tardi ed io dovevo tornare a casa, senza esitare gli chiesi di accompagnarmi, inizialmente obbiettò o meglio fece finta e ridendo e scherzando ci eravamo già incamminati. La sua presenza mi dava un senso di sicurezza e piacere allo stesso tempo, ascoltava ciò che dicevo con una tale attenzione che mi invogliava ancora di più a parlare.
Mi accorsi che avevo pensato male sul suo conto, che le persone non si giudicano ad una prima apparenza. Avanzando pensavo che non sarei mai voluta arrivare a casa, ma camminare con lui tutta la notte. Non gliel’ho mai detto.

Eravamo quasi arrivati, mi prese per mano. In quel momento sentii qualcosa che mi si mosse dentro, mi si bloccò la parola, avevo lo sguardo basso. Mi sembrava la cosa più illogica del mondo, ma allo stesso tempo così sensata, difficile da comprendere. Si accorse del mio disagio e cambiai, infatti, subito atteggiamento perché non volevo darlo a vedere. Lui era lì, lì con me, il resto non contava.

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CIOCCOLATA LINDT – Denise Pagliarulo

marzo 29, 2009

Nasco il 31 marzo 1992 ad Avellino, ma il paese in cui cresco è Vallesaccarda. Qui trascorro un’infanzia normale, tranquilla, come quella di molti altri bambini, coccolata da tutta la famiglia in quanto la più piccola di tre sorelle.
In pratica però a casa con me ci s
ono solo mia madre e una sorella, perché l’altra è un bel po’ più grande di me e va a vivere nella meravigliosa città di Roma, mentre mio padre lavora a Zurigo: così io lo vedo poche volte all’anno.

Essendo piccola però, non so ancora bene come funzionano le cose, non bado a quell’assenza, mi accontento delle squisite cioccolate Lindt che mio padre mi porta quando torna a casa.

Frequento la scuola dell’infanzia e le scuole elementari nel mio paese, sono una bambina tranquilla, sempre sorridente e molto timida, ed è in questo periodo che incontro quella che è ancora oggi la mia migliore amica. Con lei trascorro tutte le mie giornate a giocare con le mie adorate Barbie, finché un giorno, sempre con lei, capisco che è arrivato il momento di riporre le Barbie in una scatola.
Ormai sono cresciuta, l’ultimo anno di scuola media; proprio perché sono cresciuta capisco meglio molte cose che prima non capivo.

Per questo un giorno mentre sfoglio un album di fotografie di famiglia mi vedo immortalata in svariate fotografie: felice mentre spengo le candeline sulla torta, sorridente in una giornata al mare. Vedo che con me, in quelle fotografie, ci sono i miei amici, le mie sorelle, i miei nonni, ai quali sono legatissima, c’è mia madre, la persona più importante della mia vita; ma vedo anche che manca una figura altrettanto importante: mio padre.
In quell’istante
comprendo che non posso più accontentarmi delle Lindt che lui mi porta, comprendo che lo avrei voluto accanto in particolari momenti della mia vita: ma lui non c’era.

Mi rattristo, provo una morsa allo stomaco perché capisco che quei momenti non torneranno, e non potrò più condividerli anche con lui.

Mi rendo conto che non ho avuto un papà per molti anni, anni che forse sono i più importanti nella vita di una bambina. Mi chiedo come siano passati, possibile che siano scivolati così uno dopo l’altro?

Forse la domanda che tutti si farebbero è “si può vivere per così tanto tempo senza un padre?”
Insomma la normalità dovrebbe essere avere tutti e due i genitori a casa, ma la domanda che io mi pongo è “com’è vivere tutti i giorni con la presenza di un padre? Cosa significa”?
Io non riesco nemmeno ad immaginarlo.

Per un attimo penso alla mia migliore amica e al bel rapporto che lei ha con suo padre. Per me lei è come una sorella e la sua casa è diventata la mia seconda casa.
Quindi ho avuto modo di vedere com’è avere un padre in casa tutti i giorni e penso che mi sarebbe piaciuto se anche io lo avessi avuto.
Quello che sento di avere con mio padre non è un vero rapporto, sento che a mancarmi in tutti questi anni non è stato lui, perché non può mancarti una cosa che non hai mai avuto, ma ciò che mi è mancato sono stai il ruolo e la figura che mio padre avrebbe dovuto avere nella mia vita. E’ per questo motivo che vedo nella figura del padre della mia migliore amica la figura che per tanti anni a me è mancata.
Mi affeziono a quell’uomo, sento di volergli bene ma comunque non può sostituire e non può ridarmi quello che avrebbe dovuto darmi mio padre. 

Pensando a mia madre sento che quella donna straordinaria ha svolto alla perfezione tutti e due i ruoli, quello di mamma e quello di papà, non facendomi mai pesare quell’assenza, e facendomi sempre sentire uguale a tutti gli altri bambini.
Sento di non poter fare una colpa a mio padre per come sono andate le cose. In fin dei conti i sacrifici nello stare lontano dalla famiglia li ha fatti anche lui. Questo lo so bene e lo capisco, ma resta il fatto che comunque lui non è stato presente così come io avrei voluto, qualunque siano stati i motivi. Ho sempre cercato di far finta di nulla, ho sempre detto che non mi importava, ma dentro sapevo che non era così.

Ho deciso che è arrivato il momento di far sentire anche la mia. Ho deciso che dirò a mio padre tutto ciò che mi sono tenuta dentro per tutto questo tempo, perché è giusto che lui lo sappia. Tuttavia sono spaventata. Voglio dirgli tutto, ma allo stesso tempo ho paura di poter essere fredda e usare parole dure che possano ferirlo. Ma devo trovare il coraggio per farlo, devo sbloccarmi una volta per tutte da questa mia timidezza che troppe volte mi ha impedito di essere me stessa, che troppe volte ha fatto in modo che restassi zitta apparendo disinteressata al mondo che mi circonda, sono pronta.

La prossima volta che mio padre tornerà a casa gli dirò tutto, e gli dirò anche “ti voglio bene, papà”, perché non l’ho mai fatto.

IL VUOTO, QUANDO LE LUCI SI SPENGONO – Gabriella Bozzone

marzo 27, 2009

E’ una costante della mia vita. A 19 anni ancora non sono avvezza all’arrivo della fine, e forse non lo sarò mai.
Quando appare la scritta “THE END”, quando un libro finisce e vorrei ce ne fosse un seguito. Un seguito per ogni grande momento, la voglia di abbracciarlo e non lasciarlo volare via. Questo ha generato in me quell’abitudine forse un po’ strana di mangiare il cornetto prima dalle code, per godere solo in ultimo, lentamente, del suo cuore di Nutella.

Avevo solo cinque anni, quando una volta sotto il letto respiravo la polvere del tappeto. Buio. Forse era Natale. Un Natale affollato. Bisogno di allontanarsi un momento dagli altri, di riflettere (sì, riflettevo già a cinque anni, perché?). Vedevo dalla mia prospettiva scarpe calpestare il pavimento, sentivo gli altri ridere. Le mie piccole mani premute sulle orecchie. Vuoto. Paura del vuoto. Volevo vedere se qualcuno si accorgeva di me. Poi una voce dolce, LA VOCE DOLCE, e qualcuno che diceva: “Ma Gabriellina dov’è?” Era la mamma. Allora sgattaiolavo fuori e le saltavo in braccio. Avevo la certezza che anche a luci spente lei c’era. E mi bastava.

Ma la paura del vuoto continua ancora oggi a trasformare la mia vita in un febbrile conto alla rovescia, quando le feste finiscono e si rompono gli incantesimi, quando ho dovuto smettere di guardare l’oceano di certi occhi e affondare nel fango della realtà. Vuoto come quello di adesso, come quello di domani. Cosa farò? Con chi sarò?

Certo nessuno prenderà un libro e me ne leggerà un pezzetto con emozione. Allora forse sarò io stessa ad afferrarne uno già letto, sottolineato con la mia matita blu, e in una stanza vuota, davanti allo specchio, insieme all’eco della mia voce, ne leggerò qualche riga e ripenserò a questa settimana fantastica.

La paura del vuoto resta. Le emozioni, le ombre della felicità pure. E sono più forti.

BENVENUTI FORESTIERI – Pierpaolo Buzza

marzo 26, 2009

Mettiamo che qualcuno stia visitando il sito della Holden. Mettiamo che veda un link strano, si incuriosisca, e ci clicchi sopra.
Se state leggendo queste righe, è perché è esattamente quello che avete fatto voi. Tana.

In quanto padrone di casa, vi dò il mio benvenuto. Questo blog è uno dei risultati del corso di scrittura “Login” che ho tenuto, insieme al prode Dario Folchi, nel liceo De Sanctis di Lacedonia.

Per la versione lunga e strappalacrime della storia, vi rimando al primo post di questo blog, Neve Fresca.

Il blog sarà aggiornato quotidianamente, con racconti sempre nuovi e, almeno per un po’, strettamente autobiografici, che le trenta ragazze hanno scritto durante il corso.

Mi auguro che vi sentiate, qui dentro, un po’ a casa vostra.
Saremo lieti se vorrete lasciare una traccia del vostro passaggio.
La vostra impronta sulla neve.

prof. Woland

 

La strana collezione

marzo 26, 2009

Sono passati molti anni, ma lo ricordo come fosse ieri.
Mi avvicinavo furtivamente alla preda, allungavo il braccio tremante e, senza pensarci due volte, l’ afferravo per le ali: avevo catturato una farfalla!

Si è vero, catturavo le farfalle, sembra una cosa macabra, ma io lo facevo, mi attiravano i loro colori vistosi e la grazia con cui volavano. Dopo averla osservata per pochi minuti mentre si dimenava cercando di liberarsi, correvo da mia nonna per fargliela vedere, e lei prendendo un libro, dolcemente la chiudeva dentro.
La scena è un pò raccapricciante, ma nella mia ingenuità di una bambina di sei anni, era sempre una gioia poi riaprire i libri e fissarle per ore. La cosa che mi incuriosiva di più erano le ali, per chi non lo sapesse, le ali di una farfalla sono ricoperte da una sottile polverina che le dà il colore, tolta questa polverina la farfalla non può più volare.
Ce ne sono di svariati colori, dalla classica farfallina bianca alle più colorate di azzurro e lilla, ma alcune sono davvero bizzarre con delle grandi macchie nere sulle ali che sembrano occhi.

Sono sempre stata affascinata dalla natura, durante il periodo di primavera dopo aver mangiato correvo in giardino per scoprire qualche strano insetto, dai lunghissimi lombrichi ai millepiedi dai colori insoliti, ma le mie preferite restano sempre le farfalle, le coccinelle e le lucciole. Quando scendeva la notte il vento sottile faceva cadere dal ciliegio i fiori bianchi, mentre le lucciole brillavano tra questa insolita pioggia e il canto della cicala addolciva l’atmosfera.
Era uno spettacolo unico, sembrava di trovarsi ad una festa giapponese per la ricorrenza dello sbocciare degli alberi di ciliegio.

A volte mi capita di prendere l’ album in cui ho sistemato la mia collezione e ripenso a quelle giornate passate sotto il sole, ad aspettare che una farfalla si posasse su un fiore, per poterla catturare.

Buone notizie per le piante del vivaio!

marzo 24, 2009

Ciao a tutte,

il nostro blog sta spiccando il volo! 
La redazione di Bottega Scriptamanent (il mensile di dibattito culturale e recensioni de la Bottega Editoriale) ha espresso vivo apprezzamento per la vostra prosa, e si è dichiarata disponibile a valutare dei vostri racconti per pubblicarli nella rubrica di narrativa inedita.

Pertanto, se avete dei racconti nel cassetto che pensate meritino più visibilità, o volete puntare su qualcuno dei racconti su cui abbiamo lavorato i primi giorni, oppure ne volete scrivere uno ad hoc, questo è il momento per lanciarsi!

Io vi auguro di farlo. E’ una bellissima possibilità di iniziare a scrivere non solo per gioco o per laboratorio, ma di vedere come lo si può fare nel “mondo reale”, con una redazione, degli editor, e una pubblicazione online su un sito dedicato.

Chi di voi dovesse essere interessata mi contatti, oppure lasci un commento a questo post con la sua idea.

Per scrivere bisogna padroneggiare almeno un po’ di tecnica, ma soprattutto, avere qualcosa da dire. Sulla tecnica ci abbiamo lavorato. E dopo avervi conosciute e viste lavorare, posso garantire che di cose da dire ne avete, eccome.

prof. Woland

Chi trova un Amico trova un tesoro

marzo 23, 2009

Alla solitudine non si sfugge, ti coglie quando meno te lo aspetti.

Era il 6 marzo del 2006, io e la mia migliore amica Matilde stavamo sedute su una panchina a chiacchierare. Matilde era stranamente silenziosa, i suoi occhi erano nascosti sotto la frangetta. Capii subito che era triste e che mi stesse nascondendo qualcosa. Non le chiesi niente, con la testardaggine che si ritrovava non le avrei estorto una sola parola qualora non avesse voluto.
Quel giorno trascorremmo molto tempo i
nsieme e verso sera, poiché aveva detto in tutto il giorno soltanto dieci parole, inclusi i saluti ai passanti, mi feci coraggio e, senza insistere, le chiesi cosa fosse successo.
Lei mi guardò fisso negli occhi, la p
rima volta quel giorno, e non mi disse niente. 

Quello fu l’ultimo giorno che stemmo insieme. Può sembrare banale, alla fine morto un papa se ne fa un altro. Ma io questo proverbio non l’ho mai condiviso, forse perché per me è difficile trovare un altro papa.
Il mio rapporto con
Matilde era unico, stavamo sempre insieme. Non era una di quelle amicizie che si dissolvono al primo intoppo, Matilde non era una di quelle amiche che ti voltano le spalle quando hai più bisogno di aiuto.
L’amicizia v
era è più unica che rara. E quella con Matilde era un’amicizia vera.

… o almeno così credevo.

Da quel giorno in poi non sono stata più la stessa.
Ho un carattere riservato e sono difficile da capire, lei mi aveva capita e, fino ad adesso, non mi ha capita più nessuno. Mi chiusi in me stessa, non uscii di casa per tre mesi, a parte andare a scuola, piangevo nella mia cameretta per non farmi vedere dai miei genitori.

Le mie compagne di scuola erano simpatiche, ma tra compagna di scuola ed amica c’è una bella differenza, come c’è una bella differenza tra simpatia e bontà.
I giorni seguenti a quella giornata Matilde si distaccò totalmente da me, non mi salutava neppure. Non ho mai capito cosa l’avesse spinta a fare ciò, forse il desiderio di popolarità, dato che era diventata amica con persone totalmente diverse da me, le “veline” del paese.
Con lei n
on mi era mai sentita sola. Ma dopo l’accaduto, dopo tre mesi di reclusione, pur andando alle festicciole, pur stando tra tante persone, non mi ero mai sentita così sola. All’apparenza potevo sembrare contenta con le mie nuove “amiche”, ma l’apparenza non conta niente.

Ora, dopo tre anni, sono ancora sola, e più passa il tempo e più mi convinco che l’Amicizia non esiste.

QUEL CORRIDOIO – Angela Gargano

marzo 21, 2009

Girovagavo per quel corridoio immenso dell’ospedale Gemelli di Roma.
Non avevo il coraggio di entrare nella stanza numero 38.
Mio nonno era lì dentro, a letto, inerte, respirava con l’ossigeno.
Mia nonna gli stringeva forte la mano piangendo.

Solo due giorni prima mi aveva fatto l’ennesimo regalo, una bellissima bicicletta grigia con una grande scritta “Mountain Bike” .
“E’ per il tuo compleanno” , mi aveva detto.
Era quella che desideravo da tempo.

Due giorni dopo si sentì male, ricordo l’ambulanza, la corsa in ospedale, le lacrime dei miei familiari.
“E’ un infarto”, disse il dottore.
Avevo dodici anni, non mi rendevo realmente conto di ciò che stava accadendo. Ma piangevo, non mangiavo, non dormivo, pregavo soltanto.

Quel corridoio troppo lungo mi innervosiva, ricordo i medici che uscivano ed entravano da quella stanza particolarmente oscura, il chiacchiericcio della gente, i passi rumorosi.
Mi feci coraggio, entrai. Presi la mano di mio nonno, tremavo. Ad un tratto non capii più nulla, ricordo solo la linea dritta sullo schermo.

BREZZA MARINA – Emel Kaba

marzo 19, 2009

Il mare si stende scintillante come uno specchio. Sull’sola Nansha fa caldo -e che dolcezza,che tepore. Sono passati tanti anni da quando ho provato una simile pace, tantissimi da quando ho visto un mare così calmo.
Appoggio i piedi scalzi sulla sabbia scottante e intanto con l’ipod ascolto la Pausini, "tra te e il mare".
Se solo avessi dei super poteri o una bacchetta magica giocherei con il mare e con le sue acque, costruirei castelli indistruttibili e infine chiederei ai miei amici marini di portarmi con loro.

Tutti questi pensieri affollano la mia mente mentre aspetto che arrivi mio padre, colui che mi ha abbandonata e non vedo da tanti anni, e che non so come mai ha deciso di incontrarmi.
Forse per chiedermi scusa, forse per discolparsi o forse semplicemente perché ha sentito la mia mancanza.
Intanto il riflesso della luce del sole sul mare sta svanendo. Inizio a sentire una leggera brezza e odoro il tramonto che si dipinge di mille colori. Così come la mia anima si dipinge di emozioni e di speranze, di amore e di paura.
L’incontro era per le 7 ma io ero andata con un’ora di anticipo. Intanto passano le 7 e il mio cuore batte in accelerazione, ma di lui non si vede nemmeno l’ombra.

Ho aspettato con le mani incrociate per due ore ma non si è presentato. Né una chiamata né un sms per giustificare la sua assenza, niente di niente. Mi sono sentita il cuore in gola e le lacrime mi accarezzavano le guance, ormai fredde.
Che stupida ad aver pensato che quel padre avrebbe potuto riempire il vuoto che egli stesso aveva lasciato.

OOPS, mi sono sporcata le mani? – Irene Megliola

marzo 17, 2009

Per scrivere bisogna sporcarsi le mani. Ci vuole coraggio. Queste parole le ho scritte su un foglio. L’ho piegato e l’ho messo nella tasca dei jeans. Anche se mia madre dovesse lavarle in lavatrice non credo le dimenticherò. Mi hanno chiesto di scrivere un momento significativo della mia vita. Beh,sarò sincera. Non ne trovo uno migliore di questo.

Vedo che il film sta per finire. Tra un po’ arriva il mio momento preferito. Colonna sonora, titoli di coda. Eccoli. Dopo l’ultima scena. Adoro questo momento. E’ quello in cui realizzo se il film mi è piaciuto o meno. Questo si, mi è piaciuto, tanto.

La gente  comincia ad alzarsi. Un uomo mi urta, fa tremare il ghiaccio nel mio bicchiere di Coca-Cola.

Luce in sala.

Ecco, si è rovinata l’atmosfera. E’ già finito. Troppo presto. Ma io non voglio alzarmi dalla poltrona.

Io adesso mi sento così. Come se avessero acceso la luce in sala all’improvviso e i miei occhi non si fossero ancora abituati. Cinque giorni di corso di scrittura. Cinque giorni intensi, di cui cercherò di ricordare tutto quel che posso. Tutto quello che mi è utile. Questi cinque giorni sono come ogni storia. Hanno un inizio e una fine. Ma nel loro intermezzo celano un’anima, nascondono un segreto, che ti può essere svelato o meno.

Io ho sempre voluto scrivere.

Era pomeriggio, avevo sei anni. Ero stesa sul tappeto a colorare. Tirai la gonna a mia madre seduta sul divano lì accanto e lei dissi "Mamma, la vuoi sentire una favola?". Le raccontai Pinocchio, era la mia preferita. Lei mi ascoltava sorridendo. Spesso giravo per casa cantando canzoni a cui cambiavo le parole. Non perché non sapessi quelle vere, ma proprio perché mi piaceva farlo. Mi piaceva così.

Poi le cose sono venute da sé. Scrivere in ogni momento, a scuola, la sera prima di andare a letto, in vacanza. Era un’esigenza. Il mio modo di risolvermi i problemi, la mia seduta psicologica. Training autogeno.

Scrivere è la mia soddisfazione più grande. Io da grande voglio fare questo.

Voglio scrivere.

Dopo questi cinque pomeriggi  non ho più paura di lasciare sul voglio una parte di me, di bloccare le emozioni nell’inchiostro. Gradino superato. E la meta sembra un pochino più vicina.